Perché le proteste degli agricoltori ci riguardano molto più di quanto immaginiamo

Perché le proteste degli agricoltori ci riguardano molto più di quanto immaginiamo
Tempo di lettura: 7 minuti

20 Febbraio 2024

Il 2023 ha segnato l’inizio delle proteste degli agricoltori in tutto il mondo. Oggi, questo evento assume una rilevanza politica significativa, considerando che coinvolge ben 65 Paesi e che nel 2024 voteranno (in elezioni più o meno libere) ben 76 paesi (oltre 2 miliardi di persone). Nella sola Europa, a giugno 2024 voteranno oltre 400 milioni di cittadini.

L’Europa è infiammata già da Dicembre 2023 e l’Italia si è unita alle proteste a gennaio. In questo contesto è ben chiaro che sulla testa degli agricoltori si sta giocando una guerra all’ultima poltrona.  Le proteste degli agricoltori chiedono la revisione della politica agricola comunitaria e per questo vengono raccontati, falsamente, come contrari alle misure contro il cambiamento climatico. Non è affatto così! Questo è un racconto funzionale solo al poltronificio politico.

Secondo il 7° censimento dell’Agricoltura (2020) la superficie agricola utilizzata in Emilia Romagna è pari al 46,6% della superficie complessiva regionale. Chi, come me, abita in Romagna vive da sempre immerso nel contesto agricolo che è l’ossatura sociale ed economica del territorio. Quindi capire quali siano i meccanismi in atto nel mondo dell’agricoltura è centrale.

Cos’è la PAC e perché oggi gli agricoltori chiedono venga modificata

Nel 1962, quando è nata, la politica comunitaria (cioè PAC) aveva l’obiettivo di ridurre il divario di reddito tra chi lavorava la terra e gli altri lavoratori per migliorare la produttività agricola. Questo permetteva, infatti, di garantire prezzi accessibili dei prodotti agroalimentari a tutta la popolazione, senza limite di reddito. La PAC è stato uno strumento di innovazione centrale per o sviluppo di una sana economia europea. Ma, come qualsiasi campo, se non viene curato poi il seme marcisce e non darà raccolto.

La PAC è progettata perché ogni Stato membro programmi le politiche nazionali in base alla propria specificità. In realtà, oggi è diventata un coacervo di limiti obblighi e divieti che spesso non prendono affatto in considerazione ad esempio i territori disagiati (come le nostre aree collinari e montane) o le caratteristiche specifiche delle pratiche agricole.

Quindi la domanda che ci facciamo è: cosa fa ogni Stato invece di portare la propria voce a Bruxelles? E poi: gli Stati conoscono veramente la varietà produttiva sociale ed economica presente nel settore agro-zootecnico? O peggio ancora: agli Stati interessa portare avanti le istanze delle esigenze specifiche delle proprie cittadinanze o sono più interessati a tirare la volata a lobby o multinazionali latifondiste?

Gli agricoltori italiani chiedono di valorizzare l’agricoltura locale, quella che produce cibo sano, un’eccellenza di cui essere orgogliosi.

Punto focale di questa lotta per il riconoscimento del valore del lavoro agricolo è la richiesta di un reddito equo. Il che si porta dietro diversi temi che vanno dai costi di produzione, la gestione dei mercati globali, le politiche “green” e molto altro.

Le proteste degli agricoltori: il giusto reddito

Perché gli agricoltori protestano: in Italia perché solo il 6% del prezzo finale va all'agricoltore. Foto con frutta e verdura in supermercato

La protesta degli agricoltori italiani si concentra su una richiesta fondamentale: un reddito dignitoso, attualmente inesistente.

La domanda cruciale è: perché gli agricoltori non riescono a ottenere un reddito adeguato? La risposta è semplice: il prezzo di vendita all’ingrosso dei loro prodotti è definito direttamente da chi li mette in commercio, che poi definisce i prezzi di vendita al consumatore.

In soldoni, la GDO, Grande Distribuzione Organizzata, acquista dagli agricoltori a prezzi sempre più bassi, per poi metterli sul mercato a prezzi molto elevati.

A questo si aggiunga che, con l’aumento dell’inflazione, i prezzi sugli scaffali dei supermercati crescono, ma gli agricoltori continuano a ricevere una frazione irrisoria del guadagno. Ad esempio, mentre noi consumatori paghiamo 3,50/3,90 euro al chilo per le nettarine gialle, agli agricoltori viene riconosciuto soltanto circa 50 centesimi. E questo importo non rappresenta il loro guadagno, bensì il ricavo: dopo aver sottratto i costi di produzione (piante, irrigazione, trattamenti, manodopera, carburante, assicurazioni, associazioni e finanziamenti bancari), rimane solo una minima marginalità di 5/10 centesimi al chilo.

La situazione è paradossale: perché dobbiamo pagare un prodotto aumentato del quasi 1000% mentre gli agricoltori lottano appena per sopravvivere?

Questo squilibrio economico provoca una serie di conseguenze negative nel settore (perdita del valore di filiera etc) ma la conseguenza peggiore è quella che vede sempre più famiglie costrette a scegliere gli alimenti in base alla convenienza rinunciando alla qualità.
In conclusione, l’assenza di un giusto reddito per gli agricoltori è alla base di un gravissimo squilibrio finanziario che si ripercuote su tutta la popolazione. Quando parliamo di giusto reddito dobbiamo avere chiaro un dato che spesso le persone ignorano: i costi della produzione agricola e le implicazioni più ampie per la nostra società e il nostro ambiente.

Le proteste degli agricoltori contro i costi nascosti di pratiche che di “green” non hanno proprio nulla

Perché gli agricoltori protestano: in Italia perché l'importazione indiscriminata sta uccidendo il mercato interno e importa prodotti di pessima qualità. in foto un cartello che dichiara "coltiviamo oro e lo pagano come immondizia estera. Grano 0.20 E/Kg, pane 6/Kg

I costi nascosti della produzione agricola incidono notevolmente sul reddito degli agricoltori, soprattutto a causa della pressione esercitata dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO) sui prezzi di vendita all’ingrosso, che rimangono spesso irrisori mentre i costi di produzione aumentano.

Tra i costi spesso trascurati vi sono quelli legati alla lotta integrata o alla produzione biologica.

Tomas, un piccolo agricoltore della collina cesenate, spiega: “Per esempio, per evitare trattamenti anticimici, devo utilizzare reti protettive che costano più di 30.000 € per ettaro. Così, quando acquisti la mia frutta paghi anche per la protezione fisica dalle cimici, anziché dai trattamenti chimici. Ma di esempi potrei farne molti altri, a partire dalla resa in campo. Il problema, però, non sono i costi per produrre in modo sano. Noi siamo i primi a voler produrre prodotti sani a basso impatto, che noi siamo quelli che fanno i conti ogni giorno col cambiamento climatico!”

Il problema è, infatti che a fronte di politiche comunitarie costose a causa dell’adozione di pratiche virtuose, i prodotti locali competono con quelli d’importazione, meno sani, più inquinanti e venduti a prezzi inferiori. Il consumatore opta sempre più spesso per il prodotto più economico, solitamente d’importazione. Ignorando che quello locale è invece spesso più sano, meno inquinante (leggi il prossimo paragrafo) e mantiene viva una filiera produttiva locale fondamentale.

L’importazione scriteriata e sregolata dei prodotti agroalimentari crea una sfida costante per gli agricoltori che cercano di adottare pratiche sostenibili, ma si trovano a lottare per competere con prodotti più economici e provenienti da paesi con standard ambientali più bassi. Questo aspetto ci introduce al tema successivo: l’impatto ambientale delle pratiche commerciali.

In un mondo di “green washing” gli agricoltori locali chiedono più serietà e pratiche meno inquinanti!

Quando si parla di agricoltura sostenibile e “green”, è essenziale valutare attentamente l’effettivo impatto ambientale delle pratiche agricole. Troppo spesso, ci si concentra esclusivamente sui metodi biologici e sulla riduzione dei trattamenti farmacologici. Trascurando fattori cruciali come le pratiche commerciali, ad esempio.

I prodotti alimentari ottenuti secondo le rigide norme europee tendono ad avere prezzi elevati, rendendoli spesso inaccessibili buona parte della popolazione. Di conseguenza, i consumatori si trovano a dover scegliere prodotti importati, spesso provenienti da paesi con meno controlli e regolamenti, con gravi conseguenze per la salute. Ma anche per l’ambiente.

Secondo quanto riportato da Seas at Risk, le emissioni del trasporto marittimo stanno aumentando in modo significativo, rappresentando l’80-90% del commercio mondiale di merci in termini di volume. Queste navi bruciano circa 300 milioni di tonnellate di carburante inquinante ogni anno, producendo un miliardo di tonnellate di CO2, il che equivale al 3% circa delle emissioni globali di gas serra. La pratica insensata di importare prodotti agroalimentari, spesso di scarsa qualità o addirittura pericolosi, non solo minaccia la nostra produzione e autonomia alimentare, ma mette anche a rischio la nostra salute e contribuisce in modo significativo all’inquinamento globale.

Questa realtà ci spinge a riflettere sull’importanza di promuovere una produzione agricola locale, sostenibile e accessibile a tutti, garantendo così la qualità e la sicurezza alimentare, oltre a ridurre l’impatto ambientale dell’intero sistema alimentare.

La lotta per prodotti accessibili e di qualità deve essere al centro delle nostre azioni, promuovendo pratiche agricole sostenibili e riducendo la dipendenza dai prodotti importati. Solo così possiamo garantire un futuro più sicuro per la nostra salute e per l’ambiente.

Le proteste degli agricoltori: lottano per prodotti accessibili a tutti, di qualità e una vera sostenibilità


Le proteste dei nostri agricoltori ci riguardano perché un reddito equo e una maggiore valorizzazione del loro lavoro influenzerebbero in positivo la nostra qualità di vita.

In quest’ottica diventa centrale non farsi ingannare dalla manipolazione politica che vuole sfruttare la visibilità della protesta.

La nostra scelta di sostenere prodotti locali, sostenibili e di qualità non solo promuove la salute individuale, ma contribuisce anche a preservare l’ambiente e a sostenere le comunità agricole locali. Solo lavorando insieme per promuovere pratiche agricole sostenibili e ridurre la dipendenza dai prodotti importati possiamo garantire un futuro migliore per tutti. La nostra scelta di supportare gli agricoltori nella loro lotta per un reddito equo e per prodotti di qualità è fondamentale per costruire un sistema alimentare più giusto e sostenibile per tutti.

Non lasciamoci influenzare dalla politica e dalle pressioni commerciali: sosteniamo gli agricoltori nella loro protesta e scegliamo consapevolmente prodotti che rispettino l’ambiente e valorizzino il lavoro agricolo.

Le proteste degli agricoltori rappresentano una chiamata all’azione per un cambiamento reale e positivo nel nostro sistema alimentare. Diamo loro il nostro sostegno e agiamo insieme per un futuro migliore.

Per approfondire:

Sono Elena Resta, abito a Lugo di Romagna, nella mia amatissima provincia di Ravenna. Mi occupo di web marketing e strategie narrative. 

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