In questo disegno di Daniela Zauli c'è molta mia infanzia. Una nonna col pettine di osso tra i capelli grigi, tira la sfoglia. Attorno a lei i nipotini fanno la pasta e mangiano il ripieno cruda

Azdora romagnola: pianificazione strategica, budgeting e forecasting nella civiltà contadina

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Azdora romagnola – nel folclore che ammanta di interesse questa figura mitica, troviamo una definizione univoca. La reggitrice, colei che, nella società contadina della Romagna fino agli anni 50, presiedeva al governo della casa.

Una CEO ante litteram

azdora significato di donna che si prende cura degli altri, come questa nonna che cucina per e con i nipoti
Cucinare insieme alla famiglia: prendersi cura dei propri cari coinvolgendoli nel processo ed in questo modo responsabilizzando – tipico dell’azdora e delle leader

Come molti di coloro che sono nati o vivono in Romagna, tra le tradizioni romagnole ho molto care quelle legate alla figura dell’ azdora . Noi romagnoli diamo a questo nome il significato di donna che si adopera per la famiglia, ancor più quando sia brava a cucinare i piatti della tradizione. Ma, in realtà, la figura dell’azdora romagnola era molto più vicina alla contemporanea figura di un amministratore delegato. L’istituzione aziendale attuale, però, è molto più semplice e tutelata di quanto non fosse l’azienda-famiglia nella società contadina (e di conseguenza il ruolo dell’azdora stesso).

Una donna in tailleur scuro in atteggiamento di leadership durante una riunione incarna perfettamente il concetto della azdora romagnola
Come noi ci immaginiamo una donna manager oggi (immagine molto stereotipata, anche la postura ha del caricaturale)

In questo post ti farò fare un tuffo nel tempo ed insieme guarderemo, attraverso la figura dell’ azdora romagnola, il passato come facciamo con lo specchietto retrovisore prima di un sorpasso: per guidarci in sicurezza verso il futuro. Continua a leggere; verso la fine dell’articolo passo dalle tradizioni romagnole direttamente alla mia esperienza personale. Mi sono commossa nel condividere alcune lezioni che l’azdora (e la vita) mi hanno impartito. Spero che questa condivisione possa essere di aiuto anche ad altri

La società contadina: il nostro passato (purtroppo) negletto

Azdore e azdora romagnola seduti davanti alla misera porta di casa. Foto deglil anni 30
Presa dal web: coppia davanti all’uscio di casa

L’antropologia sociale e culturale ha identificato un paradigma specifico, che per secoli è rimasto immutato, alla base della cultura contadina. In Italia la civiltà contadina è stata messa in discussione con la ricostruzione (anni ’40) ed è andata degradandosi per scomparire del tutto verso gli anni 80 -’90 del secolo scorso.

L’Emilia Romagna, con una superficie di 22.500Km2, di cui quasi la metà (10.573Km2) di pianura, è stata una delle regioni d’Italia che per secoli ha custodito i paradigmi ancestrali della società contadina. Le tradizioni romagnole sono tradizioni prettamente della società contadina.

L’azienda, ovvero il podere e la famiglia

Una tipica famiglia polinucleare, al capo della quale si poneva l'azdora romagnola
Un chiaro esempio di famiglia multi-nucleare. Questa come le foto storiche successive sono cortese donazione di Gianfranco Poli

Istituzione fondante della civiltà contadina era la famiglia. Questa corrispondeva alla forza lavoro del podere (molto spesso a mezzadria) da cui la famiglia traeva il proprio, misero, sostentamento. La famiglia contadina romagnola era quindi sempre composta da più nuclei familiari, in quanto le persone componevano il motore fisico delle attività di lavoro.

Lavorare la terra richiedeva persone, per questo le famiglie si univano in gruppi numerosi

Era usanza, in Romagna, che le giovani spose si trasferissero a vivere con la famiglia del marito (Ali andéva in famèja – andavano in famiglia, si diceva) unendosi di fatto ai genitori e spesso alle famiglie dei fratelli. Il che significava che le giovanissime mogli si univano a contesti quotidiani di coabitazione e collaborazione con altre più o meno giovani nuore, cognati, nipoti e suoceri da accudire. L’azdora romagnola veniva scelta tra le donne che componevano la famiglia polinucleare appena descritta.

Le Soft skills dell’azdora romagnola

Una donna ritratta nell'aia di casa. Azdora: significato e senso del termine racchiuso in questa foto
Di questa foto scriverò più avanti nel dettaglio. Nel metalinguaggio familiare, l’azdora con questa foto volutamente comprensiva di simboli di benessere (i tacchini e la tovaglia raffinata) rassicurava i 3 figli al fronte sulla sua salute. Siamo intorno agli anni 40-43

In quanto reggitrice di casa, l’azdora romagnola doveva gestire famiglie -oggi diremmo teams grandi (anche oltre le 10 persone) e diversificati (con bambini ed anziani, giovani uomini e donne, persone in salute o bisognose di assistenza). Per questo motivo, nell’ individuazione dell’azdora erano importanti le seguenti competenze:

  • Capacità di lavorare in gruppo, ma anche di muoversi in autonomia: in una famiglia polinucleare era centrale lavorare in collaborazione con gli altri. Alcuni lavori richiedevano forze che solo un gruppo poteva mettere in campo (per fare un bucato con la cenere bollente per tutta la famiglia servivano almeno 2 donne forti e ben coordinate tra loro). L’autonomia, intesa come auto-nomos ovvero darsi le regole da soli, era altrettanto imprescindibile, nella gestione di un contesto tanto variegato.
  • Agentività – nei CV “comunicazione assertiva“: l’azdora doveva guidare un gruppo di persone vario in modo che la famiglia potesse mantenersi, sostenersi e sopravvivere. Per guidare le persone serve una spiccata capacità di comunicazione assertiva. Umiltà (l’azdora non era la “Braghira” ovvero la saputella incompetente, figura femminile contrapposta all’azdora romagnola), unita ad un buon livello di autostima e di capacità di ascolto ed analisi, rendevano l’azdora una comunicatrice molto efficace.
  • Capacità di gestione del conflitto: l’azdora si muoveva in un contesto sociale patrilineare. Nome (e soprannome di famiglia), titoli, terre, riconoscimenti sociali e personali venivano passati esclusivamente dai padri ai figli. Le figlie, le madri, le sorelle, erano formalmente obnubilate (offuscate) dalle loro controparti maschili. Puoi quindi immaginare quanta e quale conflittualità potesse nascere quando a dare indicazioni e fare le regole fossero le donne. Per questo, come anche per la complessità della composizione poli-famigliare delle case contadine, diventava centrale una capace gestione del conflitto.
  • Spiccata capacità di budgeting e forecasting su lungo periodo. La famiglia contadina richiedeva una programmazione delle attività che si sviluppava su 12 mesi suddivisi in 4 stagioni. Ad esempio l’azdora doveva decidere già in primavera se e quanta tela avrebbe dovuto essere tessuta, col telaio, in inverno. Le variabili erano importanti: c’erano ragazze da marito cui fare il corredo? C’erano telerie sdrucite non più rammendabili? Ancora: era l’azdora a decidere quante uova conservare nella calce per il periodo invernale, quanta farina deporre nei cassoni ben pressata (una sorta di conservazione sottovuoto ante litteram), quanta legna comperare o fare raccogliere. Queste previsioni andavano fatte e definite anche due o tre stagioni prima della messa in atto. Il fallimento nelle previsioni poteva significare la fame più nera e la miseria per tutti i membri della famiglia.
  • Propensione alla pianificazione e gestione di progetti: il business model della famiglia contadina prevedeva un continuum di progetti di breve e lungo periodo che spesso operavano in successione o sinergia. La pianificazione e la gestione di questi era resa ancora più complicata dagli imprevisti legati al contesto dell’economia agraria. L’influenza dell’ambiente e della natura, imprevedibile, incideva in modo esponenziale al ridursi della disponibilità di terra del podere. Erano quindi i piccoli contadini, con una limitata disponibilità di terra, ad essere maggiormente esposti ai mutamenti climatici e catastrofi naturali. La capacità di gestire i progetti con prontezza e nelle urgenze era determinate, si può ben capire.
Un'azdora romagnola al filatoio, anni 30
Foto che ritrae Cristina Montefiori Giovannini; anni ’30

Il passato è una guida per il futuro, ma non ne deve fare parte

Una nonna molto anziana, ma comunque ancora azdora romagnola, con la tipica veste da cucina romagnola, che spalma il ripieno sulla sfoglia all'uovo per fare la pasta ripiena
Ecco una delle tipiche attività dell’azdora: in questa foto la novantenne nonna di Gianfranco prepara la pasta ripiena

Insomma: buon senso, forza di volontà, voglia di imparare e disponibilità a fare tanta fatica – questo erano i prerequisiti senza i quali un’azdora non avrebbe retto al proprio ruolo.

Ammetto che io, nella mia vita personale e lavorativa, mi sono fatta fortemente guidare dai valori delle tradizioni romagnole incarnati dalla figura dell’ azdora. A guidarmi, i racconti di vita dei miei fari personali: mia madre Maria e sua madre (la mia amatissima Nonna Clotilde: la Cutilda dj Umon, sposa di Gino d Badarela). La mia nonna Clotilde fu una grande donna e gestì la famiglia assieme alla sua amata cognata Tina. Insieme, le due donne ed i rispettivi mariti, hanno creato legami talmente forti tra le due famiglie che, a due generazioni di distanza, collegano ancora noi discendenti.

Ho lavorato nel management per oltre 23 anni, guido la mia famiglia (assieme al mio azdore Angelo) da quasi vent’anni ed ho ottenuto molti risultati di cui vado fiera.

Contestualmente, ho compreso che, non unico, ho fatto un errore legato al mito dell’azdora. Ho spesso dato forma alla mia vita plasmandola sui concetti di sacrificio, dolore, abnegazione che tanto hanno caratterizzato le figure femminili delle generazioni che mi hanno preceduta (che ho tratteggiato con questo post). Ho trasposto la mia storia ancestrale direttamente nella mia vita, di fatto disconoscendo i progressi ed i grandi cambiamenti degli ultimi 50 anni.

Se è vero che la storia non va MAI dimenticata, perché senza il passato non è possibile creare un vero progresso (per avanzare serve sempre la presenza de passato), è anche vero che la storia non dovrebbe mai fare parte del futuro. Perché così facendo si toglie al futuro la sua marca di scoperta e di novità che lo rende tale.

Cit: Io
io nella mia personale versione dell'azdora romagnola, ovvero con cappello e casacca da cuoca e tanta voglia di ridere, selfie

Di questa consapevolezza il mio nuovo progetto in corso! L’azdora romagnola, oggi, rivive negli appuntamenti della domenica mattina in diretta dal mio profilo Instagram. Unisciti a noi! In questi appuntamenti preparo la pasta al mattarello, assieme a donne e uomini che si collegano appositamente per preparare insieme i piatti della nostra tradizione, e così facendo mantengo viva una parte del racconto di vita di secoli di donne. E che è mirabilmente cristallizzata dal bellissimo vocale del mio amato zio Nando (e fiol d’la Cutilda)

Ha impastato l’impasto sul tagliere, appoggiato sulla tavola appositamente liberata da qualsiasi altra cosa. E ha lavorato l’impasto con la fatica che da sapore al frutto del suo lavoro. Adesso, con il mattarello, fa la sfoglia. Che è bella, tonda e gialla come il sole, già pronta per il coltello o la speronella. E’ la padrona di casa, lei, è l’azdora

Zio Nando e sua sorella Maria (la mia amata mamma) sono tra gli ultimi testimoni della fatica e dei sacrifici che contraddistinguevano la civiltà contadina. E tra i primi a ricevere il testimonio di civiltà che, con grande orgoglio, i genitori hanno passato loro con grande fiducia.

Per approfondire:

  • Il disegno in apertura è un regalo dell’illustratrice Daniela Zauli. Bellissimo il disegno di Daniela, vero? E’ una mia collega di corso e bravissima illustratrice. Salvati i suoi indirizzi behance e facebook per tornare, di volta in volta, ad ammirare le sue produzioni!
  • Ti è piaciuto leggere della civiltà contadina romagnola? Per nostra fortuna ci sono importanti studiosi che continuano a studiarla. Tra questi porto alla tua attenzione l’etnologo e glottologo Giuseppe Bellosi ed il narratore e saggista Eraldo Baldini. Recentemente si sono uniti per allertare sull’enorme rischio che un importante fondo documentario sulla cultura popolare romagnola, ad oggi non valorizzato dal nostro territorio, venga ceduto ad un’università straniera che ne ha fatto oggetto di interesse. Ti metto un link all’articolo di Eraldo Baldini ma, grazie all’impegno di Bellosi, sono molti gli articoli che in queste settimane stanno cercando di intercettare l’attenzione (ed il senso di responsabilità) delle amministrazioni.
  • Le foto di Gianfranco Poli sono veramente emozionanti. Importanti testimonianze di un mondo lontano al massimo due generazioni. Segui Gianfranco Gipo Poli per scoprire tante curiosità provenienti dalle tradizioni della Romagna-Toscana
  • Ho scritto in altre occasioni dell’azdora, per lo più legandone la figura ai formati di pasta tradizionali che amo preparare. Ti andrebbe di imparare a fare la sfoglia al mattarello? Allora salvati l’articolo “tirare la sfoglia al mattarello: azdora for dummies” . Hai voglia di farti un buon piatto di tagliatelle? Corri subito a leggere (e guardare) “tagliatelle al mattarello” Troverai anche i video esplicativi.
  • Non è una pasta all’uovo, ma la storia che evoca ti racconta della forza e dei sacrifici dell’azdora romagnola, salvati l’articolo che ti spiega come fare gli strozzapreti e ti racconta l’origine del nome!

Articolo creato 48

39 commenti su “Azdora romagnola: pianificazione strategica, budgeting e forecasting nella civiltà contadina

  1. La zdora in pratica è come la Vergara marchigiana, la donna di casa che tutto fa e la gestisce come un’azienda e se non ci fosse la casa va in malora.

  2. Appena letto il titolo ho chiesto spiegazioni su “azdora romagnola”, al fidanzato romagnolo non avendolo mai sentito nominare queste parole. Aldilà del dettaglio complimenti per questo racconto vero, autentico e antico ma cosi vocato al futuro

  3. Pur avendo trascorso delle estati in Romagna, più da bambina e liceale che non dopo, non ho mai sentito parlare di questa figura. Mi è piaciuta molto ma non fa parte della mia realtà,
    di Milano, ma nemmeno di mia mamma, che cucina benissimo, o della nonna, tutte e due amanti della vita di città. Credo che anche il luogo dove nasci ti condiziona, se hai degli insegnamenti che ritieni importanti e preziosi. Mia nonna è nata in campagna ma quando è arrivata in città non ha più voluto tornare in campagna. A Milan i moron fann l’uga, diceva: a Milano anche i gelsi fanno l’uva, frase per dire che a Milano ogni cosa è possibile, e hai molte opportunità, rispetto ad altri luoghi. Mio padre al contrario vivrebbe in campagna, ama la civiltà contadina, ma passava delle estati in campagna dai nonni. Una figura affascinante comunque, questa donna. Ci vorrebbe al governo, forse combineremmo qialcosa.

    1. Si, Valentina, sono tante le reazioni messe in campo nel superamento della civiltà contadina che è avvenuto tra gli anni 40 ed 80. Un modo era quello di relegare questa alla povertà e forte difficoltà che a lungo l’avevano contraddistinta. Al contempo esaltare i contesti urbani e metropolitani che, nella narrazione dei tempi, venivano proposti come il progresso (ed in molti effetti lo rappresentavano). La tua storia familiare ne è un esempio eclatante, grazie per averla condivisa con noi.

  4. Non conoscevo la figura dell’azdora romagnola. L’ho trovata interessantissima, quanto deve essere stato bello sentire i racconti delle nonne che dovevano curare tutti gli aspetti della famiglia. Incredibile, dovrebbero fare dei film per far conoscere questa figura così importante. O sai se ci sono già?

  5. Nella tua descrizione dettagliata della azdora, ho riconosciuto mia nonna, anche se in un’altra nazione, in un altro paese… lei era la matriarca, a tratti ostile e durissima, ma solo grazie a lei io, mia sorella, mia madre, siamo diventate “donne” affermate e consapevoli.

    1. La matriarca, l’ azdora, la forza delle donne trascende confini e supera le definizioni per essere quello che è: capacità di assumersi responsabilità e messa in campo di fatica e giudizio! Mi è piaciuta molto questa tua testimonianza, Monica!Grazie

  6. Articolo da pelle d’oca intriso di amore per la tradizione e per le proprie radici. Il valore aggiunto è la riflessione e l’autocritica sul come far convivere il passato nel nostro presente. Sono sicura che la tua azdora approva.

  7. Da filosofa amo conoscere ed osservare la società nel suo evolversi nel tempo. Ovviamente in tal senso vanno lette anche le figure più caratteristiche come quella della
    azdora romagnola. Non la conoscevo: scoprirla immersa nel contesto familiare impegnata nel suo ruolo è stato molto interessante.
    Maria Domenica

  8. Una bellissima storia quelle delle azdore romagnole, figure che hanno portato davvero sulle loro spalle intere famiglie. E complimenti a te che per aver implementato uno dei tanti aspetti di questa figura nel tuo nuovo progetto!

  9. Non conoscevo la figura dell’Azdora e ho letto con grande curiosità l’intero articolo, concordo con quello che dici te, conoscendo il passato impariamo a costruire il futuro.

  10. Anche questa volta non mi hai delusa. Storia importante, contestualizzazione efficace, passato e presente che si fondono. Non saremmo quello che siamo senza il nostro vissuto.

      1. Il passato farà sempre parte del nostro futuro, e questo è bellissimo! Non conoscevo questa figura, con tante caratteristiche che tutt’oggi sono importanti nella gestione di un’azienda! Bellissimo leggere questo articolo!

  11. Mi è capitato più di qualche volta di sentire parlare di azdore romagnole, ad esempio in programmi di cucina come Vito con i suoi dove il comico Stefano Bicocchi mostra le tradizioni culinarie di casa o negli home restaurant visitati da Chiara Maci nel suo programma l’Italia a morsi, ma mai in modo così esaustivo come hai raccontato tu!

    1. Contenta di averti dato accesso ad un’informazione più completa! Credo che conoscere le nostre (molteplici) storie sia non solo alla base del crearci storie nostre ma anche alla base di crearle attinenti alle nostre vere esigenze!

  12. Non avevo mai sentito parlare della figura dell’azdora romagnola e ti confesso che ho letto tutto l’articolo con sincera curiosità: alla fine cambia il contesto storico e culturale, ma le soft skills per una professione dirigenziale al femminile, come giustamente le chiami tu, restano le stesse!

  13. Un racconto bellissimo legato alle tue radici che non conoscevo. Io sono pugliese e le tradizioni sono simili rapportate alla vita vissuta nelle masserie. Fai bene a portare avanti e a tramandare le tue tradizioni.

  14. Quante qualità e quante skills in un’unica figura. Mi viene un dubbio, ma se una donna non aveva tutte queste doti, come faceva a prendere in mano le redini di una famiglia? Non saranno state tutte adatte, anche fisicamente intendo.

    1. Hai pienamente ragione. Considerato la struttura polifamigliare dei nuclei, erano sempre più di una le donne. E si dava il compito di azdora alla più capace tra le componenti. Ma non è detto che tutte le azdore fossero tagliate per tale ruolo, tant’è che si diceva “quella è una famiglia fortunata, hanno una buona azdora”.

  15. La “zdaura” (così la chiamiamo a Bologna) è una vera e propria istituzione della nostra regione! Quando leggo questa parola, mi viene subito in mente la tipica nonna bolognese intenta a preparare tortellini e a riunire tutta la famiglia per il pranzo della domenica! E il tuo articolo me l’ha confermato

    1. Come Alice anche io gioco in casa, la “Zdaura” è una figura davvero centrale della nostra storia e cultura.
      Il tuo articolo che scava nell’antropologia di questo personaggio così nevralgico scopre le radici delle donne di oggi (emiliane e romagnole). Lo trovo davvero bello, con quel tocco personale che fa intenerire e commuovere 🙂

      1. Si, esattamente, è una figura centrale. Io mi focalizzo semanticamente, nella narrazione, sulla Romagna e tralascio l’Emilia non per campanilismo ma in risposta al focus di Piadina Story: raccontare una zona specifica che è la Bassa Romagna (di cui si scrive molto poco). Ma con questo non voglio tralasciare il fatto che la nostra è una cultura unica (che è poi la nostra forza). Grazie Lety, ho apprezzato molto!

    2. Il termine emiliano, zdaura, rientra perfettamente nella grammatica del nostro dialetto che trasforma la maggior parte delle o in U (nella bassa Romagna) ed OU in Emilia. Si, hai ragionissima: la azdora, zdora, zdaura è una vera istituzione. Si è perso, invece, tra le maglie del tempo, il valore dello azdore. Chissà perchè

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