Due torri e infinite stelle: la lettura che cura

Tempo di lettura: 4 minuti

19 Luglio 2021

Ho letto Due torri e infinite stelle dopo avere conosciuto l’autrice, Marianna Brogi, in un incontro virtuale. Infatti avevo subito percepito una forte affinità. Già al primo paragrafo avevo capito che non sarebbe stata una lettura di passaggio. Alla fine del libro mi era chiaro che, a 207 pagine dall’inizio della lettura, l’autrice mi aveva curata. Col suo romanzo, infatti, mi aveva nutrita di emozioni profonde ed al contempo mutevoli, facendomi ripercorrere sentimenti già vissuti ed anticipandomi percorsi ed evoluzioni. Il ritornare su esperienze passate me ne ha fatto cogliere meglio il senso; il provare futuribili percorsi mi ha dato una percezione di futuro. Il tutto è confluito nella calda consolazione di un’ esperienza ed una emotività condivise.

Il romanzo della vita riflessa

Il romanzo Due torri e infinite stelle porta in scena un’ unica esistenza, osservata da tante vite diverse. L’esistenza è quella di un nucleo familiare. La famiglia Gamberini; un grumo di fibre, umori, spiriti che si alimenta delle vite dei suoi componenti ed al contempo li nutre della sua stessa essenza. La famiglia diventa una casa degli specchi delle tante vite che sbattono contro il proprio stesso riflesso, nel tentativo, a volte esaurente, di trovare una via di uscita. La via di uscita sta nell’ammettere prima e capire poi le proprie emozioni.

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L’educazione alle emozioni passa, purtroppo spesso, tramite la loro negazione

Io, esattamente come alcuni protagonisti del romanzo, sono cresciuta in un contesto storico e culturale in cui l’emergere del patrimonio emotivo, sin da bambini, veniva visto con sospetto. Emozione ed emotività erano considerate solo sorgenti di inaffidabilità ed assenza di controllo di sè. Ho dovuto affrontare diversi gradi di dolore, per arrivare a guardare negli occhi la mia paura primitiva.

Avanzando nella lettura la paura veniva sciolta proprio perchè il dolore regalava il coraggio di guardarla direttamente negli occhi. Mi sono totalmente abbandonata al racconto del dolcissimo narratore intradiegetico (devo dare, a breve, l’esame di semiotica & storytelling; potrò poi tirarmela un po’). Happy, così si chiama, ha una consapevolezza emotiva molto più elevata dei restanti componenti della famiglia Gamberini. Sarà lei il filo conduttore che li guiderà fuori dal gioco di specchi delle loro vite.

Il dolore che si scioglie quando lo nomini

In Due torri e infinite stelle, il lettore, seguendo il dipanarsi delle vite che portano nutrimento ed al contempo soffocano il cuore famigliare, raggiunge una importante consapevolezza. Il dolore del vivere sta, spesso, nel non volere riconoscere le emozioni che si provano. Questo ci allontana dalla nostra vera essenza e, di fatto, fa crescere quella stessa parte di noi che ci soffoca. Marianna usa la sua scrittura come un balsamo medicamentoso sulla pelle ferita. Col suo romanzo accompagna il lettore a riflettere sulle proprie emozioni più sincere, accettandole e, finalmente, dando loro un nome.

In questo esatto processo, si scopre che i sentimenti negativi non sono creature maligne. Ma sono importanti orientatori verso ciò che ci preme veramente, verso la nostra essenza.

Affrontare questo processo può richiedere una vita. Marianna, con Due torri e infinite stelle, ci accompagna il lettore in un processo catartico, grazie alla vita di un’intera famiglia.

Quando ho letto l’ultimo capoverso ho pianto. Ho abbracciato la mia Billa. E mi sono sentita molto meglio.

Due torri e infinite stelle parla di amore: Marianna col suo amato cagnolone

Per approfondire

Sono Elena Resta, abito a Lugo di Romagna, nella mia amatissima provincia di Ravenna. Mi occupo di web marketing e strategie narrative. 

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